Ejzenštejn e le emozioni del sensibile
Armonie, sinestesie e duplici estasi
Parole chiave:
montaggio, armonia, sinestesia, estasi, immaginazioneAbstract
Il portato epico delle grandi narrazioni ejzenštejniane si costruisce in primo luogo a partire dalla potenza visiva data dal montaggio. Lo psicologo, pedagogo e linguista Lev Semënovič Vygotskij parla di “emozioni dell’intelligenza”, riferendosi a come operazioni del tutto intellettuali, stimolanti in primo luogo l’apparato nervoso, possano procurarci una sollecitazione emotiva tanto quanto suggestioni su piano prettamente sensazionale. Il grande teorico e cineasta sovietico Sergej Michajlovič Ėjzenštejn sembra incarnare tale riflessione all’interno della sua opera. Il regista parla di un “pensiero sensuoso” messo in campo dal cinema, in grado di portarci alle radici prelogiche del discorso e, dentro la materia fisica del piano visivo, costruire un “tamburo ritmico” capace di attrarre tanto i nostri sensi quanto i centri nevralgici della nostra mente. Attraverso quello che definisce “montaggio armonico o sovratonale”, Ejzenštejn lavora su una verticalità delle rappresentazioni che, accostate e sovrapposte al montaggio, è in grado di restituire allo spettatore un senso (una “immagine”) che emerga dialetticamente dalla loro somma. Tale verticalità è pensata anche per sostituire l’effetto del sonoro ancora assente (prima del 1927) e per costruire un senso che comprenda un livello uditivo e uno visivo (dopo). Quell’armonia del pensiero riprodotta dal montaggio segue difatti, già solo sinestesicamente nei suoi film muti, l’andamento dinamico della composizione musicale (pensiamo ad alcune celebri sequenze de Il vecchio e il nuovo). In tal senso, l’“estasi” come derivato del teatro tragico diventa duplice: da una parte l’immedesimazione da parte dello spettatore nello spettacolo che ha di fronte, dall’altra lo spettacolo (filmico) stesso che, grazie alla dialettica di cui sopra, ingloba nella sua carne il pensiero dello spettatore venendo incontro alla sua capacità immaginativa (“immaginità”, per utilizzare il termine usato dal cineasta).
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