Riso e nonsense, ‘Takt’ e ‘Rhythmus’: “Entr’acte” di René Clair
Parole chiave:
René Clair, Avanguardia, Anni Venti, ModernismoAbstract
Concepito come intermezzo tra i due atti di Relâche, il leggendario balletto istantaneista di Francis Picabia, musicato Erik Satie e coreografato da Jean Börlin, Entr’acte è considerato una sorta di manifesto del cinema dadaista, in cui l’immagine «sottratta al dovere di significare è finalmente liberata» (R. Clair). È un divertissement che genera il comico flirtando da un lato con l’alfabeto dadaista – fatto di assurdo, irrazionale, di grottesco e casuale –, e dall’altro con gli stilemi ludici dello slapstick d’anteguerra, feticcio dell’avanguardia. Ma è anche un racconto onirico della metropoli che, come le coeve sinfonie urbane, “coglie in flagrante” il più moderno dei soggetti con tutto il ventaglio delle possibilità tecno-linguistiche del cinema solcate in quegli anni dall’avanguardia: qui, al ritmo frenetico dell’esperienza meccanizzata e intermittente della vita moderna (il klagesiano Takt) resiste il Rhytmus, la deviazione dalla ripetizione macchinica, il flusso primordiale organico e irregolare che irrompe energico nel film come la danza circolare di una ballerina, l’anarchia di un getto d’acqua, o un’ipnotica corsa di gruppo filmata al ralenti, giocando ironicamente con quell’empatia al centro del dibattito teorico dell’epoca.
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